Carosello che passione! è il primo documentario su Carosello andato in onda dopo la sua fine. È diviso in due puntate: la prima, dal titolo "Gli anni ruggenti" è andata in onda il 26 gennaio 1977 alle ore 20:40 sulla Rete 1 (oggi Rai 1) e parla dei primi dieci anni di Carosello, della sua ascesa, dei personaggi che ha reso celebri; la seconda puntata, dal titolo "Ma chi l'ha ucciso?" è andata in onda il 2 febbraio 1977, sempre alle 20:40 sulla Rete 1, e parla degli ultimi dieci anni di Carosello, di come è cambiato nel frattempo e di quali sono i motivi che hanno portato alla sua fine. Entrambe le puntate contengono interviste a coloro che hanno partecipato, a vario titolo, alla creazione dei caroselli, e sono farcite con vari spezzoni di caroselli.

Le due puntate hanno ciascuna una durata di 50 minuti circa. Versioni ridotte di entrambe le puntate, della durata ciascuna di 28 minuti circa, sono state trasmesse più volte su Rai Storia tra il 2009 e il 2012.
Spezzoni di questa trasmissione vengono spesso usati in documentari riguardanti Carosello e negli extra di vari DVD.



Prima puntata: Gli anni ruggenti

Marcello Marchesi, uno tra gli sceneggiatori più prolifici di caroselli, è una presenza costante in tutto il documentario e di cose da raccontare ne ha molte. Lo stile di Carosello, dice, era simile a quello del venditore di piazza che attira la gente raccontando una storia per poi vendere un prodotto.

Dice poi cosa faceva il successo di un carosello: la presenza di un attore famoso, il jingle, lo slogan. Ma ad un certo punto alcuni attori credevano di essere diventati indispensabili dato che venivano associati quasi indissolubilmente al prodotto, e quindi volevano alzare i loro compensi. Le case produttrici e le industrie non erano contente di fronte a queste richieste, così i pubblicitari ebbero l'idea di introdurre i cartoni animati che non avrebbero avuto la pretesa di alzare i loro compensi. L'idea funzionò anche dal punto di vista commerciale, infatti con i cartoni animati si riuscirono a catturare i bambini arrivando, attraverso di loro, ai genitori, perché se è pur vero che i bambini non hanno potere d'acquisto, come contestato dai pubblicitari "puri", il messaggio pubblicitario passa dai bambini ai genitori tramite i jingle e le canzoncine sentite negli spot e che i bambini ripetono.

Parla poi del ruolo della donna, diventata sempre più importante, passata dal codino pubblicitario alla parte spettacolare; sempre più donne volevano fare pubblicità, prime fra tutte le cantanti.

Le case di produzione, prima che comparissero le agenzie pubblicitarie, portavano anche le idee: gli incontri avvenivano anche a casa degli industriali, quasi in un contesto famigliare; a volte era la moglie dell'industriale a scegliere la diva che le era più simpatica, oppure il figlio proponeva un certo slogan pensando che avrebbe continuato ad occuparsi della ditta del padre.

In ogni caso, il potere promozionale di Carosello era enorme: un prodotto reclamizzato una sera subiva un'impennata di vendite il giorno dopo.

Roberto Gavioli della Gamma Film, produttrice di numerosi cartoni animati tra cui Ulisse e l’ombraCaio Gregorio e il vigile Concilia, racconta che i fratelli Pagot, i creatori di Calimero, inizialmente non credevano che in Carosello i cartoni animati potessero avere qualche tipo di successo, ma l'evidenza dei fatti ha poi dimostrato che sono proprio questi ad essere rimasti nella memoria della gente.

Mario Fattori, regista e produttori di molti caroselli, tra cui Fierezza e nobiltà per Alemagna con Enrico Viarisio e Lia Zoppelli, racconta che spesso gli attori che per un motivo o per l'altro venivano banditi dalla Rai, rientravano in TV tramite Carosello.

Il pubblicitario Armando Testa dice che quando decise di volersi cimentare nella creazione dei caroselli cercò di frequentare i creativi del cinema che realizzavano caroselli per imparare da loro , ma purtroppo non riuscì a carpire quasi nulla dal momento che erano piuttosto ermetici. Poi racconta come è nato il personaggio di Caballero e del fatto che pur essendo ambientato in un mondo brasiliano aveva una parlata spagnola dovuta al fatto che il brasiliano non è facile da capire.

Sylva Koscina interviene dicendo che inizialmente fare la pubblicità non condizionava negativamente la sua carriera, ma le cose sono andate peggiorando negli ultimi tempi in quanto si è legata troppo al prodotto diventando lei stessa il prodotto.

Ugo Tognazzi parla dei caroselli che ha fatto e racconta che, ironia della sorte, un tempo lavorava come impiegato dattilografo presso una delle ditte che poi ha pubblicizzato, ossia il salumificio Negroni.


Franca Valeri visiona e poi commenta uno dei suoi spot, quello in cui spiega come cucinare delle melanzane. Dice che secondo lei quelle rappresentazioni di ambienti famigliari erano una voluta presa in giro di un certo ideale che non esiste.

Interviene inoltre Nico Ciccarelli, il titolare dell'azienda produttrice del dentifricio Pasta del Capitano che racconta perché egli compariva nei caroselli: tutto è dovuto al fatto che Delia Scala, durante una registrazione, vedendolo arrivare, disse che "il prodotto è meraviglioso". A quel punto lui le suggerì di non esagerare e di dire semplicemente "il prodotto è buono, anzi ottimo". Il regista della serie decise di inserire questo pezzo in Carosello. Non è stato però mai rivelato che lui era il titolare dell'azienda.




Seconda puntata: Ma chi l'ha ucciso?

Cominciano i secondi dieci anni di Carosello, e con essi la ricerca della novità, del cambiamento, la "cattura" del grande regista. I persuasori occulti, come dice Marcello Marchesi, determinano un cambiamento di rotta: la pubblicità non deve essere divertente perché il divertimento distrae dal prodotto. Si entra nel periodo del mood, dei caroselli d'atmosfera, e la fine di tutto si avvicina. 

Il regista Vieri Bigazzi racconta che ormai avevano usato tutti gli attori disponibili e serviva un personaggio nuovo.  Dopo tante ricerche e tanti provini, lo trovarono: era un attore infaticabile e senza nessuna pretesa, era il cavallo bianco per la Vidal.

Il regista Livio Mazzotti racconta che Carosello diventa da fatto di spettacolo a fatto di mood, atmosfera. Si pensa quindi di dare la "caccia" ai grandi registi che potessero mantenere alto questo livello. Claude Lelouch pareva essere perfetto per Carosello in quanto i suoi film sembravano essi stessi dei caroselli. 

Il regista Mauro Giannitrapani afferma che ad un certo punto i creatori di caroselli hanno voluto andare all'estero o chiedere aiuto a collaboratori dall'estero per imparare di più da loro dai loro lavori. Questo però ha fatto sì che i fotografi stranieri diventassero i dittatori assoluti di Carosello, imponendo i loro stili e le loro scelte, annientando quello che era stato Carosello fino ad allora.


Ma la ricerca del grande regista, del mood, delle immagini senza senso con donne, uomini, cavalli che corrono al rallentatore ha avuto l'effetto di infastidire la gente. La giornalista Vittoria Ottolenghi, infatti, dice che è proprio il grande regista che ha determinato l'inizio della fine del Carosello introducendo il mood e le sue atmosfere senza senso. immagini senza senso. Carosello è un genere televisivo autonomo, non è parallelo al cinema.



Hosrt Blakian, direttore creativo dell'agenzia pubblicitaria Young & Rubicam, dice che negli ultimi anni Carosello è stato morente, si è spostata l'attenzione verso i 30 secondi e quindi la pubblicità pura. Inoltre dall'estero ci sono sempre state critiche e fischi. Mario Fattori dice che coloro che fischiavano erano angloamericani, abituati solo al loro modo di fare pubblicità. Molti caroselli, in fin dei conti, sono stati premiati, dice Roberto Gavioli.

Il disegnatore Bruno Bozzetto, realizzatore, tra gli altri, di Kuko, Unca DuncaPildo, Poldo e Baffoblu e Buc il bucaniere, ritiene che Carosello sia stato un trampolino importante per fare film sperimentali ripresi anche da altri in campo spettacolare. 

Cesare Taurelli, direttore di produzione di svariati caroselli, vuole mettere da parte le polemiche dei pro e contro, ponendo l'attenzione sul fatto che ormai è tutto finito e bisogna considerare cosa Carosello ha rappresentato per l'occupazione.





Vittorio Orsini, direttore dell'agenzia pubblicitaria ODG, ritiene che i pubblicitari non sono uomini di spettacolo, pertanto la forma ibrida che caratterizzava Carosello non era una forma valida in pubblicità. Inoltre l'attore deve essere utilizzato in un certo modo altrimenti vampirizza il prodotto perché l'attore già da solo fa spettacolo.


Andrea Kluzer, direttore dell'agenzia pubblicitaria Young & Rubicam, interviene dicendo che la formula dello spettacolo cominciava a mostrare segni di stanchezza, spesso veniva presentata una certa ripetitività nelle forme di spettacolo. È stato necessario effettuare una trasformazione per esigenze pubblicitarie, per riuscire a coniugare la validità spettacolare di Carosello con un tipo di integrazione con l'atmosfera e il tipo di prodotto.


Fausto Rebuffat, direttore dell'agenzia Publinter, ritiene che con Carosello si dava al pubblico la pubblicità in un modo piacevole, diverso rispetto alla standardizzazione americana che ha ridotto a 30 secondi il tempo per la pubblicità perché si è ritenuto che 30 secondi sia il tempo sufficiente per esporre il messaggio pubblicitario.




Il dirigente RAI Carlo Livi afferma che uno dei motivi di fondo per cui è stato deciso di abolire Carosello è collegato al suo stesso successo dato che è arrivato a rappresentare il massimo appuntamento con il pubblico infantile. Questo è un fatto del tutto anomalo non presente in nessun'altra parte del mondo, e presenta anche problemi dal punto di vista educativo.

Un altro dirigente RAI, Vittorio Cravetto, afferma di essere stato l'inventore di Carosello su un modello che sostituisse il progetto originario con annunciatrici che dovevano decantare i prodotti.

Secondo il critico televisivo Sergio Saviane, Carosello, così come molti altri programmi televisivi, è stato fatto infantilmente per prendere gli adulti, la tendenza della televisione è quella di far passare gli adulti come dei bambini, e questa è una colpa della televisione.

Ugo Gregoretti parla delle critiche fatte a Carosello come strumento di consumismo e ritiene che invece di investire in prodotti voluttuari sarebbe stato meglio cercare di convincere lo spettatore a fare altri tipi di acquisti "positivi"; allora Carosello sarebbe diventato lo strumento di un appello positivo.





Umberto Eco fa alcune riflessioni sulla trasmissione, ritenendo che farla vedere ai propri figli poteva essere cosa buona solo sotto la guida dei genitori che devono spiegare ai bambini che ciò che dicono non corrisponde a verità. Parla inoltre dell'effetto che Carosello può aver avuto sugli spettatori; ritiene che posso aver diffuso umiliazione che può aver funzionato da un lato come provocazione o spinta a voler essere come i modelli proposti e convincersi di potercela fare, dall'altro come frustrazione e autoconvincimento che non si sarà mai come i modelli proposti. Dice anche che potrebbe anche essere che una parte delle proteste del '68 potrebbero essere state scaturite da modelli di bellezza, ricchezza, opulenza ostentati da Carosello di cui una generazione si era seccata.

 Si parla anche della censura. Livio Mazzotti racconta che anche la storia di Biancaneve è stata censurata perché le unghie della strega erano troppo affilate e potevano spaventare i bambini. Ugo Tognazzi definendo "pazzi" quelli che imponevano certe regole e vietavano l'uso di certe parole con motivazioni che spesso apparivano prive di senso. Adriano Zanacchi, direttore dei servizi pubblicitari Radio e TV, risponde dicendo di essere "il direttore dei pazzi" così come definiti da Tognazzi che forse voleva fare la rima con il suo cognome. Dice che chiunque deve fare rispettare norme risulta essere antipatico. Le norme sono comunque mutate nel tempo, e se in passato non si poteva dire "reggiseno" o fare la pubblicità della carta igienica, è poi diventato possibile, seppure in orari lontani dai pasti. Secondo lui Carosello non è stato ucciso da chi fa il controllo della pubblicità televisiva, sempre che la fine di Carosello sia una colpa, ma piuttosto sono stati i pubblicitari che chiedevano di abolirlo da tempo.

Ci sono poi interviste alla gente comune a cui viene chiesto un parere su Carosello. Dalle loro parole si capisce che ormai non piace più, si è ridotto, è meno caratteristico; c'è chi non sopporta che il genere nevrotico tutto zoomate (la serie su New York). I giovani non lo tollerano affatto, non si sentono per nulla rappresentati dai giovani felici che vedono correre e ridere spensierati, vedono degli spettacolo troppo distanti dalla loro realtà, quindi trovano che sia un bene chiudere questa trasmissione.
Inoltre vengono fatte alcune domande a delle donne a cui viene chiesto se si identificavano nelle storie che vedevano o se sono state influenzate; le risposte sono molteplici, c'è chi dice che non è stata per nulla influenzata, chi dice che le storie erano troppo fasulle per potersi identificare e chi invece sognava per la propria figlia una vita come quella mostrata da Carosello.

Ai bambini viene che detto che Carosello non ci sarà più, e questi sono tristi e se la prendono con chi ha deciso di abolirlo. Poi viene chiesto loro quale carosello vogliono vedere per l'ultima volta; scelgono Il gigante amico.

È presente inoltre un acceso dibattito sul carosello della Peroni ("Chiamami Peroni, sarò la tua birra") tra Armando Testa, il direttore dell'agenzia pubblicitaria che ha creato il carosello, e un gruppo di femministe che non accettano l'idea che traspare da questo carosello, ossia una donna asservita all'uomo, sempre a sua disposizione, che addirittura si trasforma in qualcosa di commestibile, e un uomo che, comunque, non ne esce tanto bene: Testa si difende dicendo che non ha mai voluto far passare un atteggiamento servile della donna che anzi ha dipinto come un miraggio, ambita, sognata dall'uomo che invece viene reso ridicolo, creando uno spettacolo divertente. La protesta delle femministe non si placa ma anzi viene ulteriormente accesa da queste parole e non si riesce a trovare un punto d'accordo.

La puntata termina con parole di rammarico da parte di Marcello Marchesi, dispiaciuto per il fatto che per i bambini del futuro non ci sarebbe stata la possibilità di vedere e di vivere Carosello.



Riportiamo di seguito le parole scritte da Marco Giusti relativamente a questo documentario:
Risentire oggi la voce di Luciano Emmer che introduce i suoi stessi caroselli o intervista i grandi maestri della pubblicità è qualcosa di assolutamente eccezionale. Perché Emmer, quando gira e monta per la Rai Carosello, che passione!, documentario in due parti di cinquanta minuti l’una, in onda su Rai 1 il 26 gennaio e il 2 febbraio del 1977 alle 20.40, sulle origini e la fine del celebre programma, è l’uomo che forse meglio lo conosce e lo ha attraversato tutto. Ed è pure l’uomo che deve ‘terminarlo’, con un film-ricordo, girato in bianco e nero mentre la tv si colora. Carosello scompare alla fine del 1976 lasciando il posto a un non-appuntamento, definito nei bollettini della Sacis del tempo “Spazio F”. Uno spazio, insomma, al posto dell’allegro appuntamento che aveva cullato centinaia e centinaia di ragazzini italiani per vent’anni. Emmer non ha nessun tono nostalgico nel raccontare la lunga storia del programma. Lo fa in maniera quasi scientifica. La prima parte è dedicata a Gli anni ruggenti, la seconda a Chi l’ha ucciso?. Emmer si sente parte sia di quelli che lo hanno fatto nascere e crescere tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta sia di quelli che non tanto lo vogliono uccidere, ma cercano di stare al passo col cambiamento della tv e della pubblicità tra la fine del 1977 e l’inizio del 1978. Sono anni difficili, di grandi rivoluzioni sotto tutti i punti di vista. Emmer non può chiudersi, non lo ha mai fatto, nella nostalgia dei bei tempi carosellistici, ma non può neanche abbandonare, senza dir nulla, un programma che ha seguito per vent'anni, che conosce perfettamente. Come conosce perfettamente i tanti uomini dello spettacolo, dell'industria e della pubblicità che ne hanno fatto parte. Anche se la sua bella voce, assolutamente senza toni lacrimosi, è quella che mette in scena per i suoi grandi documentari, sentiamo quanta passione ha messo sia in Carosello sia in questo documentario che lo celebra e lo conclude. Rivisto oggi è un documento clamoroso e commovente, pieno di interviste strepitose e di filmati introvabili.
Tratto da Il cinema ritrovato
Carosello che passione!